Se lo cerchi, non lo trovi quasi mai, eppure sa sempre tutto ciò che accade e, se c’è un’urgenza, è lì ad operare con o senza quegli occhiali che spariscono spesso, quando non si sono rotti. Tutti conoscono le sue chiavi, lasciate sulle scrivanie o dentro i numerosi, sparpagliati camici e di gran corsa sono pronti a portargliele. Quando c’è u dutturi, si scatta sull’attenti, terrorizzati dai suoi rimproveri e desiderosi di far bella figura e la sua parola è l’unica che non riceve mai obiezioni. È duro quanto generoso, un capo, ma anche un padre. Non tradisce, ma non accetta tradimenti e, quando qualcuno va via, è come se fosse morto. Conosce uno per uno i dipendenti e ogni professionista che orbita attorno a questa macchina della sanità, squadrandoli e valutandoli con una sola occhiata. Per lui gli anni non passano, se non per issare muri e ampliare (verso tutti i punti cardinali e anche verso il cielo) la sua meravigliosa villa delle cure… e allora sì, si va avanti, sempre meglio, sempre più grandi perché non si finisce mai di crescere. Infatti, non ha terminato il primo cantiere che ne ha già aperti altri e poi altri ancora. È un bravo insegnante, un bravo architetto, un bravo gestore. Opera senza guardare perché ormai vede tutto con le mani e capisce cosa gli si vuol dire prima ancora che si finisca di parlare. Qualcuno dice che è stato fortunato perché tutte e tre le figlie hanno voluto seguirlo, ma io dico che se le è conquistate con la perseveranza e la dimostrazione del proprio valore. Essere un po’ come lui è così, per loro, motivo di vanto.  È su in ostetricia, giù in cortile, dagli operai, è in segreteria, in sala operatoria, è uscito… è dovunque e da nessuna parte. È il fondatore della Casa di Cura, è colui che l’ha pensata, inventata, realizzata, salvata e poi le ha rifatto prendere il volo.

Dottore, quando ha comprato la villa che nel 1973 sarebbe diventata una Casa di Cura di Ostetricia e Ginecologia, aveva già in mente di allargarla ad altre branche?

Certo!

Chi è stato il primo chirurgo a lavorare in Casa di Cura? Che tipo di chirurgia è stata?

Siamo partiti con la Chirurgia Generale e subito si fecero interventi molto grossi. Nel 1980 conobbi a una esposizione canina un anestesista che aveva anche lui come me un alano campione. Il suo era nero, la mia era Arekan e mi piace dire che è stata lei a portare la chirurgia in casa di cura, visto che grazie a lei è nata l’amicizia con l’anestesista, dottore Perna, che a sua volta ci ha presentato il chirurgo Santagati. In seguito è venuto Rocchi, poi Veroux e Cirino. Quando Curella (che era l’aiuto di Rocchi) litigò con lui, Rocchi andò via e Curella fu coadiuvato da Di Grandi e Failla. Dopo di loro ci furono Monaco, Italia e Urzì, medici di guardia in erba successivamente chirurghi. Poi ancora Scammacca finché non tornò Curella il quale ci presentò un giovanissimo chirurgo di nome Riccardo Maugeri, che sarebbe poi stato per tanto tempo Direttore Sanitario. Adesso è il nostro Responsabile del Reparto di Chirurgia.

 

Un evento che ha destato scalpore?

Trent’anni fa, quando ancora non esisteva l’ecografia, una giovane primipara giunse in casa di cura con travaglio fisiologico. L’ostetrica di allora, sig.ra Angela Mirenda, seguì il travaglio che si presentava senza alcuna complicazione, poi, come di solito, al momento dell’espulsione del prodotto del concepimento, mi chiamò per l’assistenza al parto. Espulsa la testa, tentai il disimpegno delle spalle, ma non riuscendoci, infilai la mia mano destra in utero e mi accorsi della presenza di un’altra testa, per cui, pensando che fosse un gemello incastrato in modo tale da impedire al fratello di uscire, decisi di intervenire con il taglio cesareo in urgenza, intervento a quei tempi molto indaginoso e raro. Aperto l’utero, ci si accorse che si trattava di un solo individuo che presentava due teste. Pesava circa 4 kg e 200 e dalle radiografie, eseguite successivamente sul cadaverino, si è accertato che fosse uno fino al bacino. La colonna vertebrale all’altezza del bacino, infatti, si sdoppiava in due, dando spazio a tre polmoni e due cuori. Grazie al cielo, la neonata era morta per lo strapazzo del precedente tentativo di parto vaginale. Il suddetto reperto è stato donato da me all’Università di Catania, Istituto di Anatomia Patologica per essere studiato e sezionato.

Cosa le piace di più nella sua attività lavorativa?

La soddisfazione di poter risolvere casi difficili, salvando madri e bimbi che, sono certo, in altre situazioni avrebbero potuto perdere la vita.